La strage di civili del Ranocchiaio

In via Cugnia, ai piedi del cavalcavia che supera l’autostrada A12, lungo il confine con le scuole elementari, si trova la lapide alla memoria della strage di civili del Ranocchiaio, compiuta dai nazisti il 22 settembre 1944.

Quel giorno, nel pomeriggio, una pattuglia di soldati tedeschi in ritirata incappò casualmente nel rifugio di fortuna che la famiglia Bascherini, da poco sfollata dal centro della vicina Querceta, aveva allestito fra i campi in località Ranocchiaio, per sfuggire alla furia della guerra, ormai, con gli Alleati a Forte dei Marmi e Pietrasanta, giunta nella sua fase più pericolosa: si trattava di una buca naturale del terreno, che il gruppo, in attesa della liberazione, aveva sistemato alla meglio con una copertura di arbusti. Inizialmente, i militari non prestarono molta attenzione a Domenico, 72 anni, che videro uscire dal riparo assieme al nipotino Germano Tesconi, di soli due anni: probabilmente, l’anziano, cercando di proteggere i propri cari, comunicò ai nazisti che non c’erano altro che donne e bambini, nel rifugio. D’un tratto, però, dalla buca saltò fuori il figlio Santi, di 29 anni. Appena lo videro, i soldati cambiarono immediatamente umore, e cominciarono a sparare: Santi, il padre ed il bambino non ebbero scampo, e caddero colpiti da raffiche di armi automatiche. Avvicinatisi all’ingresso del riparo, poi, i militari vi gettarono delle granate ed aprirono il fuoco senza pietà:  all’interno, trovarono la morte Gesualda Bascherini, sorella di Santi, 31 anni, e la sorella di Domenico, Adele, 68 anni. Si salvò soltanto Ada, un’altra figlia di Domenico, che, ferita e spaventata, uscì dal rifugio il giorno successivo.


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