La storia della staffetta partigiana Amos Paoli

Nel centro della frazione di Riomagno di Seravezza, appena passato il ponte sul torrente Serra, sulla destra, si trova il busto in memoria del partigiano Amos Paoli. Finanziato dagli abitanti del posto, il monumento, opera dell’artista locale Sirio De Ranieri, fu collocato nelle vicinanze di quella che era stata la casa della famiglia Paoli, andata di- strutta nel corso della guerra, e fu inaugurato nel 1995.

Amos Paoli

Amos Paoli

Nato a Barga nel settembre 1917, dove il padre Gino si era trasferito per ragioni di lavoro, nel 1922 Amos seguì la famiglia nel trasferimento a Riomagno, dove visse la sua giovinezza, frequentando a Seravezza le scuole elementari. Affetto fin da bambino da una grave forma di poliomielite, che gli causò la paralisi degli arti inferiori costringendolo a muoversi con l’ausilio di stampelle o di un carrozzino a manovella, Paoli sviluppò nondimeno un carattere socievole e generoso, forte, per nulla condizionato dalle sofferenze che la malattia gli imponeva. Cresciuto in una famiglia dalle solide convinzioni antifasciste, Amos assorbì con amore i valori solidaristici del piccolo ambiente operaio di Riomagno, in gran parte legato all’estrazione e alla lavorazione del marmo delle vicine cave Henraux del monte Altissimo e delle Cervaiole. Amante delle feste, suonava la chitarra ai balli paesani e si divertiva a giocare al calcio con gli amici, svolgendo come meglio poteva il ruolo di portiere. Imparato il mestiere di calzolaio, iniziò a lavorare a Pietrasanta, e, nel corso degli anni ’20 e ’30, dovette più volte difendersi con i suoi cari da agguati e dure spedizioni degli squadristi locali, presso i quali si fece la fama di tenace oppositore. All’indomani dell’8 settembre 1943, assieme al padre Gino e al fratello Solitario, decise di entrare nella Resistenza, svolgendo, date le sue condizioni fisiche, la mansione di staffetta, prima per i “Cacciatori delle Apuane” di Lombardi, quindi per la formazione del seravezzino Lorenzo Bandelloni. Nascondendo viveri, notizie, armi e munizioni in un doppio fondo ricavato sotto la seduta della sua carrozzina, Amos metteva in collegamento i familiari, il CLN e le varie squadre partigiane fra loro, passando generalmente inosservato per via della sua situazione: non solo, sentendosi sicuro di sé, per sviare sospetti, s’intratteneva spesso con le stesse pattuglie naziste incontrate ai posti di blocco.

La notte del 24 giugno 1944, tuttavia, mentre si trovava in casa assieme ai suoi cari e all’amico partigiano Luigi Novani, ospitato dopo la festa del patrono, probabilmente su segnalazione di un delatore fascista, alcuni soldati delle SS giunsero a Riomagno e fecero irruzione nella dimora: messo tutto a soqquadro, sotto un materasso rinvennero un mitra, una pistola e diverse bombe a mano. Nel contesto della stessa operazione, catturarono nella propria abitazione anche Lorenzo Tarabella, altro amico di Paoli attivo nella Resistenza. Condotti i tre arrestati in un vicino posto di comando a Corvaia, i tedeschi cominciarono ad interrogarli, cercando di capire se fossero dei veri partigiani e tentando di avere informazioni sulla posizione delle bande, sui loro componenti e sul quantitativo di armi in loro possesso: nessuno, tuttavia, proferì parola. Il giorno successivo, allo scopo di convincere i sospettati a collaborare facendo leva sulla loro presunta debolezza psicologica, i militari presero i tre amici e li condussero a Seravezza, quindi di nuovo a Riomagno, proprio di fronte alle loro case: assicurarono ad Amos che, se si fosse deciso a parlare, sarebbero stati tutti rilasciati. Anche di fronte alle promesse più lusinghiere, tuttavia, nessuno aprì bocca. A quel punto, i nazisti misero i prigionieri su un camion e li condussero all’interno di una villa requisita a Compignano, sopra il monte Quiesa, nel comune di Massarosa, ed iniziarono a sottoporli a percosse e pressanti interrogatori: dopo ore di torture, alla fine Paoli confessò di essere un partigiano e si accollò tutta la responsabilità dell’accaduto, scagionando quindi Novani e Tarabella, ma continuò a tacere sulla provenienza delle armi e sulla posizione delle bande versiliesi. All’alba del 27 giugno, un soldato delle SS entrò improvvisamente nella villa, prese Amos per una gamba e lo trascinò fuori per un centinaio di metri, mentre il ragazzo gridava: “Oddio! Oddio!” Il nazista, allora, messo mano al mitra, lo caricò, e, puntata la canna alla fronte del partigiano, gli svuotò in testa l’intero caricatore. Finito il “lavoro”, ne gettò il corpo giù da un poggio. Amos Paoli aveva soltanto 27 anni. Gli amici Lorenzo e Luigi, subite ulteriori vessazioni e minacce, vennero trasferiti più volte, finendo in Garfagnana a lavorare alla Linea Gotica, ma riuscirono fortunosamente a sopravvivere alla guerra.

Per il suo eroismo, nel maggio 1978 il Presidente della Repubblica Giovanni Leone decise di concedere ad Amos Paoli la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

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